pubblicato su alhourriah.org il 05/08/2026
La crisi che sconvolge lo Stato israeliano occupante non è più semplicemente una crisi di governo o uno scontro tra coalizione e opposizione, né è il risultato di una guerra lunga o delle conseguenze di una battaglia militare che non ha raggiunto i suoi obiettivi.
Ciò che Israele vive oggi è una crisi strutturale che colpisce le fondamenta su cui si è basato il progetto sionista da oltre sette decenni e ripropone la domanda che il movimento sionista ha cercato di evitare con la forza militare e il sostegno occidentale: può il progetto coloniale insediarsi in modo stabile e duraturo sulla terra di un altro popolo?
I rapporti emessi dai centri di ricerca israeliani, in particolare dall’Istituto per la Ricerca sulla Sicurezza Nazionale, non devono la loro importanza ai numeri che presentano, ma al riconoscimento implicito che le equazioni della sicurezza nazionale israeliana sono entrate in una nuova fase, in cui la forza militare da sola non è più in grado di produrre sicurezza o garantire stabilità.
I rapporti emessi dai centri di ricerca israeliani, in particolare dall’Istituto per la Ricerca sulla Sicurezza Nazionale, non devono la loro importanza ai numeri che presentano, ma al riconoscimento implicito che le equazioni della sicurezza nazionale israeliana sono entrate in una nuova fase, in cui la forza militare da sola non è più in grado di produrre sicurezza o garantire stabilità.
Dopo decenni di costruzione della dottrina di sicurezza sulla teoria del “Muro di Ferro”, formulata da Ze’ev Jabotinsky e basata sulla sottomissione del popolo palestinese e la rottura della sua volontà attraverso la superiorità militare, l’establishment israeliano scopre che il muro più fragile non è quello che la separa da palestinesi e arabi, bensì il muro interno che inizia a creparsi sotto il peso delle divisioni politiche, sociali ed economiche.
Il movimento sionista ha scommesso che la superiorità militare avrebbe creato una società coesa, che l’occupazione sarebbe rimasta a basso costo e che il sostegno americano e occidentale sarebbe rimasto costante indipendentemente dai crimini commessi da Israele. Tuttavia, la guerra genocidaria continua, contro il nostro popolo palestinese, ha rovesciato queste equazioni.
Invece di produrre esclusivamente deterrenza, Israele si trova immersa in una guerra di logoramento aperta che consuma il suo esercito e la sua economia, esacerba le sue crisi interne e la spinge verso un isolamento politico e morale senza precedenti.
Israele si trova di fronte allo spostamento del centro della minaccia dall’esterno verso l’interno. La società israeliana vive oggi una divisione netta riguardo alla natura dello stato, ai limiti dei poteri giudiziari, al futuro della democrazia, alle relazioni tra religione e stato, agli oneri del servizio militare, alla distribuzione della ricchezza, allo status degli haredim, oltre all’allargamento del divario tra le élite economiche e militari da un lato e le forze della destra religiosa e nazionalista estrema dall’altro.
Queste contraddizioni non sono più semplici divergenze politiche contenibili, ma si sono trasformate in una crisi che tocca la legittimità stessa del sistema sionista. Per questo, non è sorprendente che gli esperti israeliani collochino il pericolo della divisione interna su un piano paragonabile ai rischi militari tradizionali, poiché sono consapevoli che gli eserciti non vincono se la società che li sostiene perde la sua coesione e fiducia nelle proprie istituzioni.
Nel frattempo, la posizione internazionale dello Stato dell’occupazione [Istraele] è in rapido declino. I crimini di guerra commessi contro il popolo palestinese e le politiche di fame, pulizia etnica e distruzione sistematica non passano più senza sanzioni politiche e morali. L’immagine di Israele nell’opinione pubblica mondiale è cambiata, le voci che chiedono sanzioni, boicottaggio e perseguimento dei suoi leader davanti alla giustizia internazionale sono aumentate, mentre il racconto sionista che presentava Israele come “l’unica democrazia in Medio Oriente” si sta erodendo.
Non meno grave è ciò che riguarda le trasformazioni nella relazione con gli Stati Uniti. Nonostante il continuo sostegno militare e politico, il dibattito all’interno dei centri decisionali americani è diventato più acceso e ci sta molto più apertamente interrogando sul costo strategico dell’associazione incondizionata alle politiche del governo israeliano, specialmente nel contesto della crescente competizione internazionale, dell’ampliamento del rifiuto popolare americano verso la guerra e dell’aumento delle voci all’interno del partito democratico che invitano a ripensare la natura di questa relazione.
L’economia dell’occupazione, che per decenni è stata uno dei pilastri della forza sionista, è entrata in una fase di pressioni strutturali. La guerra continua, l’inflazione della spesa militare, il calo degli investimenti, la fuga di cervelli e competenze, l’aggravarsi della crisi del reclutamento e del lavoro sono tutti indicatori che l’economia israeliana non è più in grado di sostenere gli oneri di un progetto espansivo aperto senza limiti politici o temporali.
Tuttavia, sarebbe errato leggere questa crisi come preludio a un’imminente caduta dello Stato dell’occupazione. Lo stato coloniale, quando entra in una fase di crisi, non diventa meno aggressivo, ma spesso cerca di esportare le sue crisi verso l’esterno. Da qui si può comprendere la persistenza israeliana nel continuare le guerre, intensificare gli insediamenti e le operazioni sul campo, poiché sono strumenti usati dalla destra fascista per rigenerare la coesione interna attraverso la paura costante del “nemico esterno”.
Da qui anche la posta in gioco palestinese non deve basarsi sull’attesa della disgregazione automatica della società israeliana, ma sulla costruzione di elementi di forza palestinesi capaci di esacerbare il vicolo cieco dell’occupazione e trasformare la sua crisi in una sconfitta politica e strategica. Questo richiede di porre fine alla divisione, ristabilire l’unità interna su base di un programma nazionale inclusivo, ricostruire le istituzioni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina secondo il principio di partnership e democrazia, implementare le decisioni di consenso nazionale, intensificare la resistenza popolare completa ed espandere lo scontro legale e diplomatico per isolare l’occupazione e renderla responsabile dei suoi crimini.
La crisi vissuta dal progetto sionista è espressione di una contraddizione storica tra un progetto coloniale insediativo che cerca di imporre la propria esistenza con la forza e un popolo palestinese che continua la sua lotta in difesa della sua terra e dei suoi diritti nazionali.
La storia ha dimostrato che l’occupazione può prolungare il conflitto, ma non può eliminare i diritti dei popoli o rompere la loro volontà.
Ciò che si erode oggi non è solo l’immagine di Israele o del suo governo o dei suoi equilibri partitici, ma una delle mitologie fondamentali su cui si è basato il movimento sionista: il mito della sicurezza assoluta prodotta dalla forza. La forza militare, per quanto grande, non può dare legittimità a un’occupazione né fornire stabilità a un progetto basato sulla negazione dell’esistenza di un altro popolo e dei suoi diritti.
La lezione più importante rimane che il futuro del conflitto non sarà deciso solo dal bilancio della forza militare, ma dal bilancio della volontà politica, della capacità di resistenza, dell’unità del popolo palestinese e dell’aumento dell’isolamento internazionale dello Stato dell’occupazione. Più profonda diventa la crisi del progetto sionista, maggiore è la responsabilità del movimento nazionale palestinese nel trasformare questa erosione in un progresso politico che avvicini il nostro popolo alla conquista completa dei suoi diritti nazionali, prima fra tutti il ritorno, l’autodeterminazione e la creazione dello Stato palestinese indipendente e sovrano avente come capitale Gerusalemme.